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: Difesa Betamax, tutti contro…

Difesa Betamax, tutti contro Hollywood

Le società del P2P trovano nei grandi della tecnologia, in molti artisti di primo piano e in docenti universitari nuovi importanti supporter nel caso che è all’esame della Corte Suprema degli Stati Uniti

Washington (USA),

Gli studios di Hollywood hanno descritto alla Corte Suprema i danni causati all’industria dalla diffusione dei programmi di file sharing e hanno chiesto al massimo tribunale americano di bocciare la cosiddetta difesa Betamax a cui due produttori di questi software si sono appellati, vincendo in primo e secondo grado. Ma ora contro le tesi delle major del cinema si schiera una nuova potente e per certi versi inedita alleanza.

In una memoria consegnata alla Corte Suprema nelle scorse ore, artisti come Chuck D e gli Heart hanno spiegato di non giustificare in alcun modo il furto di opere protette ma hanno affermato con forza che i sistemi del peer-to-peer forniscono a molti artisti inedite possibilità del tutto legali per diffondere i propri lavori. “I musicisti – si legge nella nota firmata da numerosi musicisti ed autori – non sono tutti contrari al peer-to-peer. Al contrario molti musicisti scoprono che quella tecnologia consente loro di raggiungere rapidamente una audience mondiale. E per molti musicisti i benefici di questo superano di gran lunga i rischi della violazione del diritto d’autore”. E Jason Mraz ha spiegato di ritenere che almeno metà degli spettatori paganti ai propri concerti lo hanno conosciuto grazie al peer-to-peer.

Questa presa di posizione è tutt’altro che secondaria. Per abbattere i produttori dei software di sharing, infatti, le major hanno sempre sostenuto che quei programmi derubano non solo le case di produzione ma anche gli artisti, affermazioni supportate peraltro da altre numerose precedenti prese di posizione di altri nomi del panorama musicale, come quelli elencati qui.

Nella memoria degli artisti si legge anche che prima dell’avvento del file sharing “la distribuzione delle registrazioni ai rivenditori era controllata in buona parte da alcune grandi società internazionali e da alcune etichette indipendenti. I giovani musicisti potevano contare soltanto sulla speranza di firmare un contratto con un’etichetta”.

Queste affermazioni potrebbero rivelarsi decisive. Il cardine della cosiddetta Difesa Betamax, infatti, non è infatti accertare se la tecnologia in questione, quella del peer-to-peer come all’epoca quella dei videoregistratori, possa essere utilizzata a fini illegali, quanto invece se vi siano sufficienti utilizzi legali tali da legittimarne l’uso.

Sulla stessa linea di Chuck D e compagni anche grosse società di servizi come SBC Communications e Verizon, secondo cui si sta cercando di rendere i provider responsabili delle attività degli utenti o impedire alle società della tecnologia di innovare. “Questo caso – afferma un’altra memoria sottoposta alla Corte – è solo l’ultimo di una lunga serie in cui i detentori dei diritti sono spaventati dai nuovi sviluppi tecnologici”.

E sono di questa opinione anche i 17 docenti universitari di ingegneria e scienze informatiche di diverse importanti istituzioni accademiche americane che hanno firmato una memoria nella quale avvertono che se la Corte la darà vinta alle major, l’innovazione tecnologica sarà a rischio: “Se questa Corte annuncerà una norma maggiormente restrittiva, coloro che creano i progressi tecnologici più importanti termineranno o ridurranno il loro lavoro per paura di dover far fronte a colossali danni per violazioni di copyright”.

Più prevedibile la presa di posizione della Distributed Computing Industry Association (DCIA), della quale sono membri le società del peer-to-peer ed aziende collegate, secondo la quale tutto quello che l’industria dei contenuti sta facendo è cercare di proteggere il proprio monopolio. “Grokster – si legge nella memoria, con un riferimento ad uno dei due sistemi presi di mira nel caso che ha portato alla Corte Suprema – minaccia quel monopolio offrendo un sistema di distribuzione quasi privo di costi, che supporta molto più contenuto dei sistemi di distribuzione Web”.

Dello stesso avviso anche molte altre industrie, operatori e produttori di tecnologia riunite nelle diverse associazioni che si sono schierate contro le major in questa occasione, come la CCIA (Computer & Communications Industry Association) o la CEA (Consumer Electronics Association). E fanno la loro parte per difendere il peer-to-peer anche diversi gruppi di consumatori, come la Consumers Union e la Consumer Federation of America. Da quella parte protende, e non da oggi, anche la memoria sottoscritta da Public Knowledge, la celebre organizzazione che si batte per i diritti digitali.

Source Punto Informatico

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